23 novembre 2017
di Francesco Spini

Tocca al sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, rompere il ghiaccio e, anzi, segnare il grande disgelo: era dal 2014 che un membro del governo non partecipava a un convegno di Tim, come quello di ieri a Torino.
Giacomelli, il vento è cambiato?
«Credo che dal punto di vista politico siano molto significative le parole che utilizza l’ad di Tim, Amos Genish, per descrivere la futura Tim».
Sarebbe a dire?
«La realtà è che abbiamo due fotografie che testimoniano una Telecom molto cambiata. Quattro anni fa e per lungo tempo era una società che andava sostenendo che la fibra non serviva perché mancava domanda. Oggi invece Tim, con Genish, si propone come leader della digitalizzazione e della modernizzazione del Paese. Non è poco. Genish va oltre il tema dell’infrastruttura: parla di ecosistema digitale, di collaborazione con le università, con le imprese».
Dal muro contro muro alla piena sintonia in poche settimane. Come è possibile?
«La sua è una rappresentazione un po’ schematica».
Spieghi lei.
«Quando è arrivato il governo Renzi nel 2014, abbiamo trovato la situazione dell’Italia cristallizzata in quello che si chiamava Rapporto Caio, un documento che testimoniava tutto il ritardo che l’Italia aveva sul digitale. Abbiamo realizzato una strategia nazionale, disponibili a mettere molte risorse pubbliche per colmare il divario con gli altri paesi e recuperare per centrare gli obiettivi 2020. Abbiamo sentito gli operatori e dalla consultazione, è emerso, rimanevano escluse dall’infrastrutturazione le aree a fallimento di mercato, ovvero le aree di 7300 comuni su 8 mila. Di qui l’intervento pubblico».
E la nascita di Open Fiber…
«Certo, ma oggi da Telecom sento pronunciare parole molto differenti. All’inizio, quando il governo chiedeva una rete a prova di futuro, in grado di traguardare il gibabit al secondo di velocità, ci accusavano di dirigismo».
Oggi però c’è una svolta.
«Devo dire che da Genish ascolto parole nuove, da lui ho ascoltato una scommessa sulle tecnologie e le scelte più avanzate, non certo la difesa del rame. Mi piace pensare che sia anche merito della strategia del governo e della sua realizzazione… ».
Quindi Bassanini prende un abbaglio quando accusa Tim di non investire per difendere la vecchia rete….
«Stimo troppo Bassanini per dire una cosa del genere. Dico però che oggi Genish ha tracciato un’altra strategia molto più articolata e complessa che non ha puntato sulla centralità dell’infrastruttura, ma molto sui servizi e sull’Internet delle cose. Tutti fattori che cambiano la vita delle persone. Questo si allinea alla nostra strategia e alla sperimentazione del 5G che abbiamo fatto per primi in Europa».
Due società per due reti in fibra non sono troppe?
«È un tema industriale, non politico».
Ma la politica ha creato Open Fiber.
«L’ha creata Enel unendosi poi a Cdp che aveva la straordinaria realtà di Metroweb. L’obiettivo del governo era ed è che il Paese abbia una connettività coerente con gli obiettivi europei e condizioni di parità di accesso, La compatibilità con il mercato devono essere le imprese a valutarla»..
Ancora prima, però, bisogna capire se sia necessario scorporare la rete Tim. Lei che cosa ne pensa?
«È un tema che riguarda la Golden Power, è una prerogativa che fa capo al presidente del Consiglio, non rientra nel tema delle politiche industriali».