28 luglio 2016
di Antonello Giacomelli

Nella sua ultima relazione annuale il presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato Giovanni Pitruzzella lo ha definito “uno dei più importanti processi di modernizzazione economica della storia della Repubblica”. Una specie di nuova “autostrada del sole digitale”. La priorità alla banda ultralarga è stata una scelta obbligata visto il pauroso ritardo che il Paese aveva accumulato negli anni e che questo governo aveva ereditato da quelli precedenti. L’unico vantaggio di partire da ultimi (o penultimi) in Europa, però, è di potersi ispirare a quello che stanno facendo i primi nel mondo. E così stiamo provando a fare, con la determinazione che il presidente del Consiglio mette nelle cose in cui crede.

Serve a poco infierire sulla scelta che il centrosinistra – la mia parte politica – ha compiuto vent’anni fa, quando ha deciso di privatizzare l’unica rete di telecomunicazioni del Paese: oggi quasi più nessuno difende quella decisione e grandi Paesi come Francia e Germania non mi sembra muoiano di invidia. Più interessante sarebbe riflettere sulla distrazione dell’opinione pubblica in tutti questi anni, anche quella tecnologicamente più avvertita, ma il tema meriterebbe un articolo a parte e un contesto diverso.

Più importante oggi è spiegare l’idea alla base della scelta strategica di tornare a costruire una rete pubblica nelle aree a fallimento di mercato. Non stiamo parlando di un’Italia residuale, di case sparse e paesini di montagna. Ci riferiamo a 7.300 Comuni italiani su 8mila, 13 milioni di cittadini, più di 7 milioni di unità immobiliari, cioè abitazioni, aziende, scuole, ospedali, eccetera. Al convegno annuale di CorCom è stato ricordato che il 70% delle imprese lombarde è insediato in aree a fallimento di mercato, cioè zone dove nessun operatore privato ha intenzione di investire nei prossimi tre anni e dove oggi c’è una connettività inadeguata. Sbaglia chi pensa che le aree bianche siano poco interessanti dal punto di vista economico. L’Istat ha misurato l’impatto delle reti di nuova generazione in queste zone del Paese in termini di maggior produttività, con benefici che andranno dal 7 al 23%, a seconda delle regioni e dei settori. E poi, siamo sicuri che nel 2020 anche nei territori dove oggi manca, la domanda di servizi digitali continuerà a mancare?

Quindi, dopo vent’anni, il Paese tornerà ad avere una rete pubblica. Sia chiaro: non c’è alcuna nostalgia dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) o della Società finanziaria telefonica (Stet), alcuna voglia di tornare allo Stato che fa il gestore telefonico. È cambiato tutto. L’infrastruttura pubblica deve garantire investimenti adeguati e un’effettiva parità di condizioni ai privati perché possano offrire in concorrenza i propri servizi sulla rete e, soprattutto, deve assicurare stessi potenziali livelli di connettività a tutti gli italiani, a quelli delle città e a quelli delle campagne, al nord come al sud, ai giovani e ai più anziani.

Dove arriva il mercato è giusto si lasci fare al mercato, assicurando sempre condizioni di reale concorrenza e spingendo gli interventi verso i maggiori livelli di innovazione. Ma dove non arriva non avrebbe più senso spendere denaro pubblico a fondo perduto per un’infrastruttura che resterebbe in mano ai privati, con i problemi regolamentari che conosciamo e che anche il presidente dell’antitrust ha richiamato nella sua relazione annuale. In quell’occasione, Giovanni Pitruzzella ha ricordato che “viviamo una fase caratterizzata da un notevole dinamismo” e che “sta tramontando definitivamente la possibilità di costruire una rendita di posizione della rete in rame, con la conseguenza che si è aperta la strada a una concorrenza basata sull’innovazione”.

Il mercato, giustamente, decide in termini di profitto, ma spetta alla politica e alle istituzioni intervenire per assicurare pari opportunità a tutti, le stesse condizioni di partenza, uno sviluppo il più possibile inclusivo. Senza un intervento pubblico sarebbe difficile evitare un gap digitale tra aree più ricche del Paese e zone più povere, un’Italia che viaggia su Internet a doppia o tripla velocità, come di fatto sta già avvenendo. E ancora, solo un intervento pubblico può assicurare a scuole, ospedali e tribunali i livelli di connettività previsti dall’Agenda digitale europea 2020. Nessun governo in passato ha investito così tante risorse sulle reti di telecomunicazione. Nel primo anno del piano, il 2015, già sono stati sbloccati dalla delibera di agosto del Comitato interministeriale per la programmazione economica 2,2 miliardi dei 5 complessivi che il governo stanzierà da qui al 2020, ai quali vanno aggiunti i due dei fondi europei gestiti dalle regioni. All’inizio di giugno è partito il bando per le prime sei regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Abruzzo e Molise), entro l’estate contiamo di firmare gli accordi operativi con tutte le altre.

Il Piano per la rete di nuova generazione non sarebbe stato possibile senza la scelta di accentrarne la regia a Palazzo Chigi. Solo così è stato possibile superare il semplice assemblaggio dei singoli piani regionali e condividere non solo la cornice generale e la filosofia di fondo, ma criteri di ripartizione e impiego delle risorse, anche nel tempo. Il Piano banda ultralarga è oggi un progetto-Paese che riguarda tutti, pubblico e privati, Stato e regioni, chi c’è oggi e chi verrà domani. Non possiamo fallire.

 

Pubblicato sulla rivista Formiche di luglio 2016